Durante gli ultimi due anni di università ho avuto la possibilità di iniziare ad occuparmi della mia grande passione: lo studio di tutto ciò che succede nella mente di una persona mentre fa sport. Come possiamo guidare la mente così come possiamo guidare il corpo? Queste ed altre domande hanno guidato le mie riflessioni, che durano tutt’oggi.
Conclusa l’esperienza universitaria, ho potuto organizzare il mio tirocinio proprio in psicologia dello sport, iniziando a muovere i primi passi presso una società di basket in carrozzina, mondo che mi ha subito conquistato. Le prime esperienze lavorative furono legate al mondo della disabilità e dello sport, che ancora porto nel cuore. Successivamente ho approfondito le mie conoscenze frequentando un master in Psicologia dello Sport. Ho avuto poi la possibilità di sperimentarmi in molte realtà sportive, sia seguendo singoli atleti che gruppi sportivi.
Ogni volta che inizio un percorso con atleti o società sportive si apre per me sempre una nuova sfida, sfida che accetto approcciandomi con umiltà e soprattutto curiosità, poiché ogni sport ha le sue caratteristiche e peculiarità e vanno ben comprese prima di iniziare a lavorare insieme alle persone che quel mondo lo abitano da sempre. Il mio è sempre un entrare in punta di piedi, per poi amalgamarmi piano piano alla realtà che incontro. In questo modo mi è possibile, lavorando con delicatezza insieme alle persone che si affidano a me, essere veicolo di un iniziale cambiamento, che poi verrà portato avanti in autonomia.
Non solo psicologia dello sport, nella mia storia professionale ho incontrato e approfondito molte tematiche psicologiche differenti, relative a vari momenti del ciclo di vita di una persona: nello specifico mi sono focalizzata sullo studio della psicologia perinatale (periodo che sta attorno alla nascita di un bimbo, da quando si inizia a sognare di diventare genitori, fino al compimento del quarto anno di vita del bimbo) e sullo studio di tutta la sfera relativa al fine vita. Due mondi apparentemente in contrapposizione, che però si intrecciano e si abbracciano molto più spesso di quanto potremmo pensare.
Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere il mio modo di lavorare, di qualsiasi ambito psicologico si tratti, sarebbe delicatezza. Delicatezza potrebbe in effetti essere il filo conduttore di tutta la mia carriera professionale; ci vuole estrema delicatezza (prudenza, tatto, umiltà) non solo ad aver a che fare con il dolore delle persone, ma delicatezza anche quando si entra nella vita di una persona e la si accompagna per un tratto di cammino, che sia per mostrarle come poter allenare la propria mente o come preservare un equilibrio tra mente e corpo.